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E’ grave lasciare la politica ai politici Stampa E-mail

E’ grave lasciare la politica ai politici

Costruzione della pace e tutela dei beni comuni

di  Carmela Longo, Psicologa, psicoterapeuta

 

(pubblicato su ASCLEPIADI NEL TERZO MILLENNIO-

Periodico scientifico culturale di medicina, Anno 6°, n.13, settembre 2007)

 

 

 

Gentile umanità, risorse umane, esuberi, share, utenti globali, consumatori e consumati.

Salve.

Stiamo  per affrontare insieme il Terzo millennio, e nonostante tutto quello che possono dire i famosi disfattisti di questo millennio, io sono ottimista e voglio coinvolgere nel mio ottimismo anche voi, non solo con le parole, ma con cifre e dati.

Stiamo affrontando insieme il Terzo millennio con tre miliardi di analfabeti, un miliardo e cinquecento persone che non hanno mai visto un telefono, due miliardi di persone che hanno meno di tre kilowatt di corrente in casa(…)

Ma io non sono così pessimista, direi che l’economia è andata molto bene,

specialmente per i tre uomini più ricchi del mondo,

infatti per le tre persone più ricche del mondo il loro patrimonio è identico

al Prodotto interno lordo di cinquanta stati africani.

Il venti per cento dell’umanità consuma come l’ottanta per cento della rimanente umanità”

(Beppe Grillo, discorso all’umanità, dic.1998, in Tutto il grillo che conta, Feltrinelli ed., p.127.)

 

 

Definire il significato di politica comporta  inevitabilmente  prendere una posizione di principio da cui scaturiscono una serie di conseguenze pratiche “e indicative di una particolare visione della vita e dell’uomo” (A. Passerin D’Entreves, Filosofia della politica, in Dizionario di P., Utet, Torino, 1983, pag.425). Se ripensiamo al dato etimologico, il prendersi cura, l’avere a cuore la cosa pubblica non può che essere un preciso impegno di tutti, pur nelle reciproche competenze, ruoli e responsabilità. La politica, dunque, nel senso più ampio del termine, non può e non deve essere attuata solo ed esclusivamente dai partiti o dai politici di mestiere, ma deve sempre coinvolgere e interessare i cittadini, compresi i bambini e le altre fasce di solito inascoltate (gli immigrati, gli anziani, gli abitanti dei quartieri ghetto, i disoccupati, i sottoccupati e chiunque non venga ritenuto fonte di voti).

Da troppo tempo ormai vi è una disistima generalizzata nei confronti della maggior parte dei politici e del modo talora sordo se non vergognoso nonché criminale con cui si è gestita la cosa pubblica: l’ambiente, i beni come l’acqua, l’energia, l’informazione, la sicurezza, i rapporti internazionali e l’intervento nei conflitti. Chi ha intrapreso a suo tempo la via dell’impegno in un partito con seri ideali e determinata volontà di fare il bene comune e non privatistico, ha avuto certamente vita non facile all’interno di sistemi autolegittimati, sempre più autoreferenziali e scollati dal vivere quotidiano e dai problemi reali della gente. A fianco di chi, all’interno dei partiti, lotta e si adopera per il bene di tutti, è necessario ora più che mai mobilitare la società civile. “E’ chiaro che la società civile organizzata non vuole essere un partito politico (guai se lo diventasse). Ma è altrettanto chiaro oggi che la società civile organizzata deve essere un soggetto politico, deve fare politica con la P maiuscola!”  A parlare così è Padre  Alex Zanotelli, missionario comboniano, leader spirituale della Rete Lilliput e Beati i costruttori di pace (in Korogocho. Alla scuola dei poveri, Feltrinelli ed., p.140) A chi lo attacca, tacciandolo di eversione, o a chi sarcasticamente afferma che se vuole così tanto  fare politica si candidasse, Zanotelli risponde con i suoi stessi comportamenti e con i fatti. Non lo hanno fermato le connection partiticovaticane, non si può fermare l’immenso movimento di cui si fa portavoce, quella umanità lillipuziana che si adopera perché un altro mondo sia possibile. Non deve essere considerata un’utopia sottrarre il fare politico ai potentati economici locali e delle multinazionali, delle banche mondiali e delle organizzazioni per il commercio; non si deve considerare utopia mettere in crisi le sudditanze dei governi nazionali nei confronti di potenze che si arrogano il diritto-dovere di scegliere a chi fare poderose iniezioni di democrazia, in una guerra mondiale che può ben essere inquadrata come terrorismo e violenza di Stato.

Ogni cittadino può mettere in ginocchio i potentati di varia natura e non farsi abbindolare dalla politica di squallido profilo che spopola oggi anche in Italia, unendosi agli altri, in circoli, movimenti anche internazionali, comitati civici locali, associazioni, reti e quant’altro si possa sperimentare per non sentirsi soli e schiacciati, per uscire fuori dall’indifferenza e dalla delega, per riprendere in mano le redini del nostro esistere come comunità locale e planetaria, oltre che come singoli. Questo, a mio avviso, deve comportare anche una seria riflessione sull’attuale modello di sviluppo occidentale, ormai  i n s o s t e n i b i l e,  del sempre più sempre più, “fondamentalmente in disaccordo tanto con la richiesta di giustizia per i popoli del mondo quanto con l’aspirazione di riconciliare l’uomo con la natura” (W. Sachs, Ambiente e giustizia sociale, ed. Riuniti, pag.16). Non è vero che se cresce il PIL migliora la qualità della vita. Dobbiamo ricercare e attuare un modo diverso di vivere.

Pensare globalmente e agire localmente, secondo metodi non violenti ma efficaci. Innanzitutto bisogna sforzarsi di approfondire le questioni al di là di quello che ci viene propinato dai media, dove è difficile trovare servizi di qualità e dove il fine neanche troppo velato è quello di istupidire, rabbonire e terrorizzare (l’equivalente del famoso trinomio festa, farina e forca, in versione mediatica). Lo sforzo di conoscenza e  di informazione responsabile sta nel reperire le informazioni alla fonte, per capire e ricostruire i vari passaggi del fare pubblico che a volte portano a vere e proprie mostruosità sulla testa dei cittadini, anche colpevolmente ignari, sicuramente ignavi. Mi riferisco all’opera, ad es., dei comitati civici e di quartiere, dei movimenti a difesa dei consumatori e delle associazioni che hanno, a mio avviso, tutto il diritto e ancor più il dovere di interrompere programmazioni anche pluriennali di Regioni, Province o Comuni allorché vi si delineino situazioni pregiudizievoli per la salute dei cittadini o laddove si ritrovino precise ipotesi di reati, compresi quelli penalmente perseguibili.  E’ avvilente notare come la politica di mestiere spesso non tenga assolutamente conto del volere delle comunità, arroccandosi su un mandato di rappresentatività che esclude a priori la partecipazione continua e la comunicazione biunivoca e puntuale tra la comunità e chi viene eletto. Il passaggio mentale, innanzitutto, da compiere è da democrazia rappresentativa a democrazia partecipata, ma questo implicherebbe un salto di qualità come cittadini: no ai vittimismi, no ai miracolismi, no al disimpegno, no al qualunquismo, no alla delega, no all’apatia, no all’impotenza, no ai compromessi facili e furbescamente ottenuti, no ai clientelismi fatti in casa o costruiti scientificamente nei vari palazzi, no a una disinformazione e diseducazione diffusa, no a chi afferma che queste sono solo utopie,  per giustificare il proprio agire immorale o semplicemente lassista. E’ necessario più che mai impegnarsi quotidianamente, personalmente e in rete, per capire cosa succede nel mondo e sotto casa, rimettere in funzione il cervello e collegarlo all’azione, riposizionare il fare politico all’interno di principi etici e condivisi a livello unanime. Un serio, deciso impegno verso la prospettiva della peacebuilding, ossia la costruzione culturale e strutturale della pace attraverso interventi rivolti alla violenza strutturale  delle nostre società. “La pace è indivisibile e include non soltanto l’assenza di violenza ma anche un equilibrio continuamente rimodellato di organizzata eguaglianza strutturale che soddisfi i fondamentali bisogni umani” (D.J. Cristie, Conflitto, violenza e pace: Teoria e metodo della Psicologia della Pace, Napoli, 2004). E’ una costante sfida a non cadere nella sindrome di Pilato, che troppo spesso  ha riguardato anche ampi settori della scienza: “La tesi che la scienza, in particolare la ricerca di base, non sia legata alla morale, a precise responsabilità e debba essere neutrale, viene sostenuta soprattutto da quegli studiosi che più sono alienati” (G. Portele, professore di filosofia della scienza all’università di Amburgo). Secondo Lawrence Kolberg, gli stadi di sviluppo del ragionamento morale, sono riconducibili a sei (cfr. tabella).

PRIMO STADIO: OBBEDIENZA-PUNIZIONE

Si acconsente alla regola perché si ha paura di rimproveri, punizioni, ridicolizzazioni; si obbedisce all’ordine costituito

SECONDO STADIO: ORIENTAMENTO    

                    RELATIVISTA-STRUMENTALE

Si acconsente alla regola o si fa un favore solo se si pensa di riceverne un beneficio

TERZO STADIO: BRAVO BAMBINO

Si cerca l’approvazione degli altri e si ci adegua per compiacere

QUARTO STADIO: LEGGE ED ORDINE

Adesione a regole per il mantenimento dell’ordine sociale

QUINTO STADIO: CONTRATTO SOCIALE

La giustizia appare come frutto di un contratto fra governanti e governati con eguali diritti per tutti

SESTO STADIO:       PRINCIPI ETICI                     

                                 UNIVERSALI

 L’individuo sceglie in omaggio a principi etici che si appellano all’intelligenza, all’universalità e alla coerenza. La persona che agisce a questo livello risulta più libera e indipendente, in quanto orienta le proprie azioni solo secondo quei principi che riconosce importanti.

 

Queste indicazioni di massima, che si rifanno agli studi evolutivi piagetiani, possono ben costituire un filo conduttore per verificare dove si colloca il nostro agire, nel privato e come cittadini. Anche la storia delle varie discipline vi può trovare un utile se non necessario  confronto. Nel nostro lavoro dovremmo chiederci continuamente a chi giova? Soddisfa la domanda di equità e di giustizia sociale? Tutela l’ambiente o lo scempia? O,  semplicemente (!), se ne disinteressa? E soprattutto, coloro che si dicono uomini di scienza, si interroghino costantemente sul proprio agire, sulle implicazioni del proprio modo di fare ricerca, su chi gli commissiona le ricerche, sulla pelle di chi vengono compiute le ricerche, con l’avallo di chi vengono pubblicati alcuni risultati delle ricerche e altri no, su quali interessi ci sono dietro quella ricerca, da dove vengono i soldi per la ricerca.

Nell’ambito della Psicologia, ad esempio, troppe volte si è colluso con il potere costituito, lo si è appoggiato e legittimato con argomentazioni aberranti. Racconta Ezio Ponzo, uno dei grandi della Psicologia del nostro tempo, che “gli psicologi ebbero sicuramente incarichi ben più vasti durante e dopo le guerre più recenti, avendo da mantenere, insieme agli psichiatri, le truppe nello stato d’animo adatto ad uccidere, per cui si può capire che fossero sin dall’inizio orientati a trattare come patologia ogni rifiuto ad uccidere” (in Psicologia Contemporanea, n.62, 1984, pag.31)

Dunque, pace, ambiente, giustizia (equità) sociale e partecipazione democratica nella comunità locale e globale non si possono inquadrare separatamente, non possono essere delegati alla sola politica istituzionale o internazionale, né la scienza può esimersi dal tenerne conto.

Ognuno di noi può fare molto per riscoprire, nutrire e far crescere innanzitutto dentro di sé il senso profondo del suo essere comunità, dove “il bene comune non è pre-dato, non è dato prima, ma è costruito nella partecipazione e dall’interazione, anche se alcune volte queste ultime possono svolgersi all’interno di un quadro conflittuale. Un quadro in cui il bene comune, in sostanza, coincide con il senso stesso della comunità” (P. Amerio, Il soggetto trascurato. Recupero di soggettività e bisogno di comunità come sfide per la democrazia, in Animazione Sociale, nov.2004, p.3).

A chi si dibatte tra sballi di varia natura, tra mezzucci vili per ottenere favori o avanzamenti, tra appiattimenti densi di noia e di non senso verso la vita, tra impotenze molto costruite e spesso strumentalizzate,  l’auspicio di ritrovare una spinta interiore importante, per assumersi la responsabilità, tutta personale, di tirare fuori i sogni dal cassetto e di riaccendere l’originaria passione.

 

la tua goccia fa il mare

 

 

- ogni tuo acquisto  è un voto: rifletti e informati prima di acquistare un qualsiasi prodotto: in quel momento hai molto potere, perché con le tue scelte puoi influire su enormi movimenti di soldi e sugli interessi delle multinazionali. Da dove proviene quel prodotto, chi vi ha lavorato, le garanzie sindacali, l’impatto ambientale di tutta la filiera produttiva, l’impatto sulla salute, la trasparenza negli investimenti, sono tutte domande necessarie. Puoi aiutarti consultando sia i siti dei movimenti consumatori, sia leggendo pubblicazioni ad hoc (ad es., Guida al consumo critico e Guida al vestire critico, entrambi della EMI ed.)

-se siamo in tanti a  rifiutare  i poteri cinici delle multinazionali, boicottando attivamente i loro prodotti, non potranno non tenerne conto.

-rigettiamo tutti i programmi TV che veicolano violenza a tutte le ore, comprese quelle che dovrebbero essere protette a vantaggio dei bambini

-rigettiamo tutti i programmi spazzatura della TV, compresi quelli  in cui vengono presentati come nuovi sub eroi persone che sono state implicate in fatti moralmente o legalmente perseguibili (parlo dei vari Moggi, Corona ecc.)

-pretendiamo come movimento consumatori una riqualificazione della TV, specialmente quella pubblica, ridotta ormai ai minimi storici, in cui anche i TTGG, quando non distraggono le persone dalle questioni serie del nostro Paese e del mondo, competono con i più truculenti horror, indugiando ore ed ore su particolari macabri che nulla aggiungono alla cronaca, se non la stimolazione di pruderie sado-maso in menti già obnubilate con altri mezzi;

-prendi contatto con gruppi della tua zona e della rete, che operano secondo le finalità che anche tu condividi

-cerca e trova chi condivide i tuoi stessi sogni: corri il rischio di assumerti le tue responsabilità

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Per un’approfondimento in rete:

www.retelilliput.it

www.disinformazione.it

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www.nonviolenti.org

 
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